CANTINE MONFORT

Photo © Alice Russolo /

I rari momenti epifanici che segnano la vita privilegiata di un assaggiatore di vino sono piccole gemme che allietano il cammino, rischiarano la strada e, nei casi migliori, aprono spiragli illuminanti sul futuro. Una delle più recenti mi è successa in pieno centro Lavis, Trentino, a Cantine Monfort, vero esempio di quello che l’imprenditoria vitivinicola trentina potrebbe diventare. Un’azienda a conduzione familiare di rara finezza, caratterizzata da due anime.

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La prima, la più tradizionale, ha le sembianze di un consorzio di conferitori di stampo altoatesino, che, come mi conferma Chiara, figlia di Lorenzo Simoni, alla cui vision cristallina si deve l’organizzazione odierna dell’azienda, è la forma storica del business di famiglia, iniziato già negli anni ’70. Pochi conferitori fidelizzati, cui viene data relativa libertà nella gestione dei propri ettari nell’identità di vedute sviluppata in più di 40 anni di lavoro comune. Valorizzazione del vitigno, del territorio, pratiche poco invasive con l’ambizione alla certificazione biologica.

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Esito sono vini dalla fattura pulitissima, merito anche della mano, davvero brillante, del capo enologo Maurizio Iachemet, un tipo che mi sembra avere le idee davvero chiare. Ma la cantina, che l’anno scorso ha festeggiato – purtroppo in sordina a causa delle note vicissitudini – il proprio 75° anniversario, ha altre frecce al suo arco, per questo già dal 2006 accetta di raccogliere l’eredità di Piero Zabini, fondatore di Maso Cantaghel, seminale azienda, già cara all’indimenticabile Gino Veronelli, che, non solo per i trentini, non ha certo bisogno di presentazioni.

Maso Cantaghel, affidato ora al figlio di Lorenzo, Federico, produce vini da uve 100% di proprietà, certificati bio dal 2012 e rappresenta, almeno agli assaggi, l’anima più ambiziosa di Monfort, quella capace di spingersi su territori di livello assoluto in una linea di etichette caratterizzata dall’eccellente qualità media e dalla marcata tendenza alla piacevolezza di beva, seppure con caratteristiche di complessità e tridimensionalità del sorso. I terreni, soprattutto, del Maso, addirittura quarzifero in Vigna Caselle, ma anche l’esposizione, l’altezza, intorno ai 500 metri, sono tutte testimonianze di un clos ‘benedetto’, come confermano anche nella ‘stanza dei bottoni’. Ma il lavoro di Cantine Monfort va oltre questo. C’è il comparto dei vini FIVI, identità di sostenibilità e anima fieramente artigianale della produzione vinicola cui l’azienda non rinuncia, anzi, ne va spavaldamente fiera, c’è il capitolo dei Vini dell’Angelo, che ho finalmente lo spazio per trattare compiutamente.

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Il lodevolissimo progetto-brand, fortemente voluto da Proposta Vini, l’azienda di commercializzazione fondata da Gianpaolo Girardi, avanguardistica e seminale non solo nella gestione della vendita legata al settore ma anche nella riscoperta del genius loci territoriale, intende recuperare e collezionare le varietà d’uva presenti in Trentino fino alla fine della Grande Guerra, promuovendone la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione. Si tratta di una linea di vini che unisce diverse cantine nella realizzazione di pionieristiche bottiglie dove confluiscono uve coltivate nel Tirolo Italiano fino alla caduta del mondo asburgico. Bottiglie storiche, emozionali, alla cui riscoperta e reiscrizione al Registro ha contribuito in maniera decisiva la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige. Anche Cantine Monfort aderisce al progetto con la realizzazione del Blanc de Sers, indimenticabile riscoperta di un ‘bianco territoriale’ realizzato esclusivamente nei dintorni di Serso, due passi da Pergine Valsugana, per la precisione nei vigneti con al centro la chiesa di San Giorgio. Un vino prodotto in due versioni, ferma e spumantizzata, con l’utilizzo di uve come Veltliner Rosso, Veltliner verde, Valderbara, Vernaza e Nosiola, di cui dubito abbiate mai sentito parlare ma che dopo gli assaggi ricorderete senza ombra di dubbio. Monfort ha ancora diverse frecce al suo arco, sempre sul piano dei territoriali, dei TrentoDOC e di alcuni VSQ assaggiati in anteprima di cui sentirete indubbiamente parlare.

Anche per questo dico, e lo affermo con certezza, che il futuro del vino trentino passa da qui.

Ecco gli assaggi migliori:

Trentino DOC Vigna Cantanghel Pinot Nero 2017

In poche parole, uno dei migliori Pinot Neri italiani mai assaggiati, roba da libro di testo. Ribes rosso, foglia di pepe, spalla acida incredibile, assenza quasi totale dell’invasività dei tannini e lunghissima persistenza. Un vino-esempio delle potenzialità territoriali sugli internazionali, con gestione sapiente della vigna e della cantina.

TrentoDOC Riserva Brut Monfort 2013

Una riserva da manuale, 4/5 Chardonnay e 1/5 Pinot Nero. Naso fragrante e magnetico, timo fresco, aneto, pesca-noce gialla, bocca croccante e di ottima sapidità, giocata sull’evoluzione dei terziari, soprattutto dello Chardonnay, in bottiglia, e dalla potenza dell’estratto glicerico. Finale su toni balsamico-mentolati.

Vigneti delle Dolomiti IGT SotSàs cuvée 2017

Eccezionale blend ‘trasversale’ delle uve di proprietà, tra Val di Cembra, Civezzano e Pergine Valsugana. Chardonnay 40%, Pinot Bianco 40%, Sauvignon Blanc 20%. Susina gialla, salvia, iodatura finale, croccantezza di frutto, esplosiva sapidità alla bocca e persistenza, con finale di fiori gialli.

Spumante Metodo Classico Brut Nature Blanc de Sers Casata Monfort 2018 

Spumantizzato di classe che gioca, vincendola, la competizione sul campo del tipico ‘vino da aperitivo all’italiana’, leggete voi tra le righe. Pesca-noce bianca e gelsomino al naso, tocchi di erba di campo, bellissima sapidità alla bocca, persistenza, finale con ritorno fruttato-officinale.

Vigneti delle Dolomiti IGT Nosiola Corylus Casata Monfort 2017

Una Nosiola che fa ben sperare sulle potenzialità di questo territoriale dalle marcatissime capacità evolutive. Albicocca, maggiorana, tocchi di frutta secca tostata, bocca sapida, croccante, dal bellissimo estratto glicerico, finale lievemente ammandorlato.

Riccardo Corazza

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