EUGENIO ROSI

EUGENIO ROSI

Ho sempre pensato, magari peccando di romanticismo, che la vite avesse una sua logica per eleggere i posti dove attecchire meglio. Luoghi magari remoti, impervi, difficili da amare e figuriamoci coltivare, ma dotati di una bellezza sovrannaturale che poi, nei casi migliori, finisce nel bicchiere. La Borgogna, certo, lo Jura, ovviamente, ma anche la Valtellina, la Val Nervia, la Val d’Aosta. E qui, ovviamente, in Vallagarina, incantevole valle di origine glaciale, ultimo tratto percorso tra i monti del fiume Adige. Arrivo a Calliano da Eugenio Rosi, lo ammetto, con aspettative elevate. Tutti, in Regione, me ne hanno parlato come del genius loci, del ‘rossista’ definitivo. Di conseguenza il cronista spietato che abita in me è sospettoso, difficile trovare un coro di consensi così unanime, soprattutto tra i colleghi. Chiacchieriamo, l’uomo ha preparazioni e convinzioni salde, usa non a sproposito la parola ‘coerenza’. Mi piace, dio sa quanto ce ne sia bisogno, in questi anni raffazzonati. Ma non mi faccio incantare, figurarsi. Il cronista spietato che abita in me ha bisogno di tutt’altro. Il cronista spietato che abita in me, peraltro, si azzittisce una volta assaggiato il primo bicchiere. Il quale deve avere raggiunto, immagino, direttamente l’ipotalamo.

PARTICOLARE DELLA BARRICAIA

Difficile trovare qualcosa di sensato da dire quando le convinzioni estetiche, che chiunque fa vino deve avere, incontrano una capacità di rischiare, di avventurarsi su terreni non battuti, così innata. Ma, badate, un rischio non lascamente imperfetto, anzi. Anche quello controllato. Immagino si debba essere impavidi, che si conosca la morte e non la si tema, che si miri all’eternità. Eugenio, ostinatamente, prosegue nel culto del Marzemino, che qui in Trentino per usare una metafora è un sistema complesso. Amato, vessato, snaturato. Ma Eugenio va per la sua strada. Sa che il Marzemino ama la Valle, e questo basta. Pianta delicata, che trova grandi difficoltà a raggiungere una piena maturità fenolica in vigna. Eugenio, che adora la tecnica a dispetto della tecnologia, se ne infischia. Usa un allevamento a Pergola modificato, che permette di tenere sotto controllo i rendimenti e consente all’uva, rognosa, una maturazione la più vicina possibile alla perfezione. Ovviamente in vigna sono bandite le chimiche di sintesi, si usa soltanto, e con parsimonia, zolfo e rame e (piccolissime) addizioni di solfiti in cantina.

LE PERGOLE MODIFICATE DI MARZEMINO

Usa l’appassimento leggero in cassetta come maniera per prolungare la maturazione, non per rafforzare un estratto di cui il Marzemino, se correttamente allevato, abbonda. Poi la vinificazione a cappello sommerso, padroneggiata totalmente, poi il legno. Il suo utilizzo oculato, raffinato, come quello della macerazione spontanea. Mozzafiato è l’aggettivo finale per il Poiema. Non ne ho uno di riserva. Ma Eugenio ha altre chicche. Ad esempio l’Esegesi. Altrettanto mozzafiato. Come il Riflesso. Come il 15sedici17.

Eugenio, forse anche per impressionarmi, ma credo soprattutto per dimostrare che la mano del vignaiolo la si valuta correttamente nel lungo periodo, procede di verticali. Un’esperienza rara, per cui mi sento senza dubbio un privilegiato. Iniziamo con il Riflesso Rosi, un vino di una potenza incredibilmente espressa, come tutti i ‘rosati’ italiani concepiti come tali. E questo, ci potete scommettere, è un rosato da antologia. Tappo a corona, un uvaggio a base di Cabernet Sauvignon, Merlot e Marzemino, macerato per 2 giorni e ‘ripassato’ con aggiunta di vinacce di uve bianche post-macerative come Nosiola e Pinot Bianco, assomiglia soltanto a sé stesso. Assaggio il vino ‘nuovo’, il 2019, incredibile e spiazzante per il suo mescolare sensazioni di piccoli frutti rossi, ribes e lampone, a sensazioni tipiche dell’uva a bacca bianca come pesca-noce e salvia/timo cedrino. Salino, lunghissimo, come il 2015, che assaggio di lì a breve, che mostra melograno, alloro, ancora persistenza sconcertante. Passiamo all’argomento Marzemino, quindi, con il Poiema. Ricordandoci che da un punto di vista storico verosimilmente furono i veneziani, che controllarono Rovereto fino al 1509, ad importarlo nella comunità cimbrica. E se l’hanno fatto loro un motivo ci doveva pur essere. Il motivo è questo, il Poiema 2016 è la dimostrazione di una dedizione assoluta, che ci si creda o meno un vino fatto alla vecchia maniera, quando il Marzemino si ‘rimontava’ tipo Amarone, svinandolo con il vino nuovo. Così, con l’unione di una piccola percentuale di uve passite alla massa già fermentata e quindi nella ripartenza del processo di fermentazione, si ottiene un prodotto stabile, coerente, di grande complessità e nessuna caramellosità, tipico difetto che affligge i manufatti di questo tipo. Piccoli frutti rossi ma marasca e ribes, bellissima sfumatura di timo fresco, poi rosa canina, bocca tesa e sapida, tannini stondati, eccellente finale balsamico-lievemente amaricato. Ma non è ancora finita, perché a mio avviso è proprio con il Cabernet e (più in generale) con i tagli bordolesi che l’artigianato di Eugenio Rosi arriva al suo apice.

I VIGNETI IN VALLAGARINA

Esegesi, ovviamente, che è, come si intuisce anche dal nome, uno dei cavalli di battaglia del Nostro. Un taglio bordolese (4/5 Cabernet Sauvignon, 1/5 Merlot) che evolve con il tempo anche come progetto, prima era un semplice 6 mesi di botte più 6 in bottiglia, ora invece si arriva ai 24 mesi in rovere, con il solito mix di Eugenio. Un vino incredibile, ci spariamo una verticale 2016-2015-2013-2006 che ha del sovrannaturale, tanto il frutto man mano diventa raffinato, partendo da un equilibrio comunque mirabile, un prodotto che non stonerebbe in nessuna degustazione ‘orizzontale’ con altre bottiglie molto più celebri e blasonate. Un vino che ‘parla’, di cui si possono apprezzare le sfumature evolutive, soprattutto nei sentori officinali e terziari sviluppati in bottiglia, un timo iniziale che vira sulla maggiorana e poi sulla foglia di pepe, o ancora una noce moscata che poi evolve nel chiodo di garofano. Un vino che prepara, se vogliamo, all’apoteosi del Vallagarina IGT 15sedici17, una bottiglia incredibile, Cabernet Franc in purezza espressione di una sorta di Solera, unione di tre annate diverse, prodotto di un (unico!) vitigno benedetto, una sorta di ‘clos’, una vigna antica collocata al centro di Rovereto, circondata da pietre, tutelata dalle Belle Arti, al momento la ‘summa’ dell’opera di Eugenio Rosi, sulla quale sono state effettuati anche avveniristici interventi conservativi.

‘IL’ GRAPPOLO

La sensazione dominante, di cui discorriamo amabilmente sorseggiando un Rosi Doròn 2016, un Marzemino in versione passita che completa dignitosamente la gamma degli assaggi, ed ammirando le etichette, particolarissime, in gran parte frutto del lavoro dell’indispensabile moglie Tamara, è che una viticoltura di livello superiore (che unisca cioè ambizioni, vision, prospettive) sia possibile, anzi, auspicabile, ‘anche’ in Trentino.

Riccardo Corazza

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